50 interviste ai giovani — L’ascolto. Episodio 3.
Nelle scorse puntate ho raccontato come sono nate queste interviste. Ora voglio fermarmi su una cosa sola, forse la più importante: l’ascolto. E comincio da un testo che ho scritto da adolescente.
Sto gridando! Non udite nessuno gridare? Eppure sto urlando e l’urlo percorre ogni parte, scheggia il sangue, frantuma l’aria, corrode le ossa.
Il vuoto riempie ogni ora, ogni secondo: i pensieri si avvicendano uno dopo l’altro, uno l’opposto dell’altro.
La luce si è spezzata, è andata in frantumi. È la paura, è ciò che ora sta cambiando e molto sta cambiando: ci stiamo perdendo, i colori sulla tavolozza sono impazziti e mescolano i più disparati soggetti.
Ho udito qualcuno parlare e quel qualcuno ero io, l’ho visto camminare, ed erano i miei passi, l’ho visto cercare qualcosa e sono stato io a trovarla.
In questa profonda solitudine il silenzio è tutto; un silenzio assordante che dà voce ai miei pensieri più nascosti. Sento il rumore della mia mente che lavora, notte e giorno, notte e giorno, senza sosta.
Questo mio testo, scritto quando ero adolescente, parla di un senso di incomunicabilità, di una solitudine profonda. Ma parla anche di una rabbia soffocata che non trova spazio per esprimersi, non trova ascolto. Quanti hanno fatto questa esperienza! Ed è proprio di questo che si ha principalmente bisogno quando si vivono quegli anni critici dell’adolescenza: si ha bisogno di ascolto. Ma di un ascolto vero, che permetta di aprirsi, di mostrarsi. Quando riusciamo ad aprirci in questo modo? Quando sentiamo di essere al sicuro, accolti per ciò che siamo, accettati e visti. A parole sembra facile ma è una cosa rara da trovare: non si viene educati a questo. Spesso si impara invece a reprimere le emozioni. Passiamo decenni a scuola, seduti 5-6 ore al giorno e nessuno parla mai di emozioni e di ascolto. Viviamo come macchine che riproducono schemi appresi in famiglia, ereditiamo il caos che ognuno si porta dentro perché difficilmente ci fermiamo a riflettere, ad analizzarci mettendo in discussione noi stessi.
Il primo passo è fermarsi ed ascoltare. Queste interviste agli adolescenti mi hanno in primo luogo richiesto proprio questo: fermarmi ed ascoltare. Ascoltare senza giudizio. Dedicare un tempo solo all’ascolto, non per mettere in discussione, criticare o pretendere di cambiare l’altro. Questo essere visti e ascoltati apre al dialogo e permette uno scambio reale: è una porta che si apre, una energia che viene incanalata in modo costruttivo e non distruttivo.
Ognuno di noi ha bisogno di questo tipo di ascolto, specialmente durante l’adolescenza. Dalle interviste è emerso che spesso gli adulti non ascoltano per comprendere davvero, ma per rispondere attingendo alla propria esperienza. L’intento è quasi sempre positivo, ma questo meccanismo produce un effetto opposto: l’adolescente non si sente visto. Il vissuto dell’adulto si sovrappone a quello del giovane e, invece di essere riconosciuto, quest’ultimo scompare.
L’adulto spesso ascolta per dire qualcosa, non per far emergere l’altro. Così l’ascolto diventa una risposta e non uno spazio. In quello spazio mancante, l’adolescente non trova posto.
Grazie per aver letto fin qui. Questo è il viaggio per restare umani, in un mondo che corre troppo veloce — ci vediamo nella prossima puntata.
— Alessandro
